
E'
solitario e isolato, calato in uno scenario naturale incontaminato
e indifferente allo scorrere del tempo: l'eremo di Sant'Alberto,
arroccato sulle pendici della collina della Val di Nizza,
a 700 metri di altezza, è un'antica abbazia che risale
al XI secolo. La tradizione racconta di un sacerdote, Alberto,
che dopo aver donato tutto ciò che possedeva ai poveri
si ritirò in questi luoghi, all'interno di una grotta.
Attorno alla sua figura carismatica e misteriosa - la leggenda
lo vuole autore di un miracolo in cui trasformò l'acqua
in vino - si riunirono diversi fedeli che contribuirono alla
creazione della abbazia, disciplinata dalle regole di San
Benedetto. Il tempo ne fece un luogo di fede e pellegrinaggio
che conobbe il suo massimo splendore nei secoli XIII e XIV,
durante i quali l'eremo venne abbellito di affreschi e opere
d'arte. La posizione strategica del luogo, all'interno del
feudo dei Malaspina, ne determinò la struttura.
Gli stessi monaci decisero di difendere questo luogo dalle
continue scorribande di barbari e soldati, costruendo alti
bastioni ed una torre fortificata, di cui oggi non rimane
traccia perché, distrutta in data imprecisata, fu sostituita
dal campanile nel 1849. L'attuale complesso è costituito
da tre chiese, Sant'Antonio e Sant'Alberto, e l'Oratorio di
Santa Maria, costruite in epoche diverse e solo recentemente
restaurate. Da sempre luogo di culto per molti fedeli, fu
soprattutto negli anni Venti del 1900, che la Congregazione
di Don Orione portò ad una completa rinascita l'attività
dell'Eremo. A questo periodo è strettamente legato
il ricordo di Frate Ave Maria molto amato da coloro che lo
conobbero per la vita di santità preghiera e penitenza
che condusse. A tutt'oggi sono molti i devoti che si recano
in visita alla sua salma in attesa della promessa beatificazione.
La storia inglese si confonde con quella dell'Abbazia.
La leggenda dell'Eremo

I
diversi interventi che hanno modificato il complesso di elementi
e l'architettura dell'Eremo nel corso dei secoli non hanno
nascosto all'occhio del visitatore una tomba in pietra sovrastata
da una scritta alquanto singolare: "
Qui è
la tomba dove fu sepolto Edoardo II, re d'Inghilterra, che
sposò Isabella di Francia e al quale successe il figlio
Edoardo III". E' sicuramente insolito vedere citato
un personaggio di tale fama come il primo principe inglese
del Galles, figlio dell'eroe delle crociate, in un luogo così
ameno come l'eremo di Sant'Alberto. Una memoria misteriosa
che certo non coincide con la storia ufficiale dello sfortunato
re. Sposatosi con Isabella di Francia fu tradito dai suoi
stessi sudditi che sotto l'influenza dell' oscuro Lord Mortimer,
amante della regina, lo spodestarono, installando l'allora
giovanissimo Edoardo III sul trono.
Edoardo II fu imprigionato, torturato e poi ucciso, morì
nel Castello di Berkeley. Era il 21 settembre del 1327. Giunto
al diciottesimo anno di età il figlio si vendicò
dell'assassinio del padre, punendo i traditori e allontanando
da se la madre. La storia da questo punto in poi sfuma nella
leggenda e certo lascia aperto un interrogativo: è
veramente plausibile che i resti del nobile principe giacciano
nel sacro suolo di questa piccola abbazia in Italia? Le indicazioni
raccolte nel corso degli anni, per quanto nessuna sia una
prova concreta, lasciano aperta almeno una possibilità:
che riuscito a fuggire dalla prigione aiutato da un guardiano
fedele, il re, sotto mentite spoglie, lasciata l'Inghilterra,
dopo diverse traversie abbia trovato nell'eremo di Sant'Alberto
il luogo ideale per terminare la sua vita in preghiera e penitenza.
Esisterebbe una lettera. indirizzata a Edoardo III, di un
notaio pontificio, Emanuele del Fiesco, poi vescovo di Vercelli
tra 1343 e il 1348, che sostiene la fuga del re e il relativo
soggiorno a Sant'Alberto.
Nessuna prova è risultata dalla riesumazione dei resti
- solo un teschio - che potrebbero essere appartenuti a chiunque.
E' invece plausibile che una volta avuta chiara la fuga del
padre, Edoardo III, abbia fatto ritornare le spoglie in Inghilterra,
donando due meravigliosi candelabri, rari esempi almeno per
l'Italia di arte di Limoges, provenienti dell'Aquitania, per
ringraziare i monaci dell'ospitalità data. I due candelabri
che oggi sono conservati al Museo di Torino sono talmente
preziosi che è difficile pensare in quale altro modo
possano essere arrivati in questo isolato eremo, povero e
spirituale, se non perché regalo di qualche signore
dell'epoca.
Solo supposizioni, quindi, nessuna vera prova concreta. Certo
rimane il fascino di questo luogo che conserva tra le sue
mura la storia millenaria di genti e popoli che al suo interno
hanno trovato la pace e la tranquillità della vita
monacale, immersi in quella natura che lascia ancora oggi
esterrefatti.