Il riso è uno dei cereali più
noti in tutto il mondo, antichissimo per tradizione, persino
più del frumento: la sua origine e la sua conoscenza
sono fatte risalire a più di cinquemila anni fa.
In Italia, attraversare la pianura padana nella zona che
corre tra il Po e il Ticino, significa trovarsi nel triangolo
d’oro del riso italiano, che ha i suoi vertici a Vercelli,
Novara, Pavia. È in questo scorcio di pianura che
si concentra la quasi totalità delle risaie italiane
e la maggior parte della produzione di questi chicchi nobili
avviene annualmente in queste zone, sfiorando le 1.300 tonnellate
di riso prodotto all’anno nella sola provincia di
Pavia. Dal lontano Oriente la coltivazione del riso si è
qui diffusa con incredibile successo e si è sviluppata
come in poche altre aree dell’Occidente.
Il riso, che nell’accezione comune del
popolo orientale possiede anche il significato di augurio,
di pace e prosperità, merita un posto speciale nella
nostra cultura gastronomica e industriale. Se, infatti,
con la sua versatilità e le sue qualità nutrizionali
il riso è il piatto principe di numerose soluzioni
culinarie, non bisogna dimenticare la fiorente industria
nata intorno alla risicultura.
Zona d’elezione per la produzione del riso la Lomellina
offre al visitatore suggestivi paesaggi: le risaie, infatti,
sono campi come specchi d’acqua che, fino al termine
dell’estate, creano un’immagine indimenticabile
della pianura. Il lento scorrere dell’acqua dalle
risaie verso gli appositi cataletti, ricorda l’operosità
e il lavoro che c’è intorno alla coltivazione
del riso: la maturazione, la raccolta, il raffinamento,
la sgusciatura e la levigatura del chicco. Si rimane affascinati
dai ritagli di pianura delimitati dai pioppi e dalle minuscole
strade in asfalto che conferiscono al paesaggio un’aria
regolare e geometrica, sicuramente insolita.
La Lomellina è anche il posto giusto
dove gustare le migliori ricette che rendono onore al chicco
d’avorio: i risotti tipici di questa zona riescono
a rendere memorabile anche il più breve dei soggiorni.
Una leggenda vuole che nel 1574 un signore milanese (con
tutta probabilità Ludovico il Moro) riuscì
a donare a questo cereale le calde sfumature dell’oro
grazie all’impiego dei pistilli di zafferano, rendendo
un piatto prezioso finalmente alla portata di molti.
Il risotto giallo divenne così per antonomasia il
risotto alla milanese e a lungo fu considerato come un piatto
della festa, che univa la funzione propiziatoria del chicco
all’immagine solare dello zafferano, ingrediente di
primo piano nella cucina rinascimentale, capace di presentarsi
sulle tavole come un luminoso augurio.