Plinio il Vecchio
In
base ad alcuni ritrovamenti, tutto lascia pensare che già
nel 700 a.C. la vite fosse coltivata sulle colline dell'Oltrepò
Pavese. A quei tempi era il popolo etrusco a spingersi sino
alla appendici appenniniche. Le prime citazioni certe sono
da attribuirsi a Plinio il Vecchio, che potremmo definire
il "cronista dell'epoca" e che dedicò molto
spazio al "nettare degli Dei". Egli ci tramanda
di una viticoltura florida già presente, facendo
altresì riferimento alle località di Clastidium
(odierna Casteggio), Litubium (Retorbido), per sconfinare
sui colli di Derthona (Tortona).
Le grandi botti di Strabone
Successivamente, nel 40 a.C. circa, passò in Oltrepò,
al seguito delle truppe romane, uno storico di origine greca
di nome Strabone. Che scrisse della zona: "vino buono,
popolo ospitale e botti in legno molto grandi".
I calici dei Longobardi
Bisogna arrivare poi al dominio dei Longobardi per ritrovare
le citazioni attendibili legate alla viticoltura locale,
mantenute in vita, come in altri luoghi, dal clero rappresentato
da sempre da buongustai. Decisamente infelice, di contro,
la scelta dei calici da parte di Alboino!
Vino nel Medioevo e in Età Moderna
Nell'Alto e Basso Medioevo le citazioni si sprecano e potremmo
scrivere ad oltranza. Riportiamo di seguito solo alcuni
esempi da ritenersi significativi:
nel 1192, il conte Anselmo di Rovescala omaggia i suoi nobili
amici di vino "rosso, buono e puro"; tra il 1200
e il 1300, in quel di Mondondone (Codevilla) la badessa
del convento di san Senatore raccoglie ampia documentazione
che evidenzia la distribuzione viticola del territorio collinare
vogherese, nonché l'inizio di una viticoltura specializzata
che rimane comunque associata alle "alberate"
(ossia la vite sostenuta dall'albero piantumato in forma
geometrica; le specie utilizzate erano per lo più
rappresentate da alberi capitozzabili, da cui il termine
generico di "gasà" e il detto popolare
"'gnurant 'me 'na gaba", "ignorante come
una pianta senza testa")
Ovviamente
più numerose e significative le testimonianze dei
secoli vicini a noi: nel 1743, con il Trattato di Worms,
l'Oltrepò (con Voghera capoluogo di provincia) diventa
piemontese e comprende tutto il Siccomario, la prima parte
di Lomellina e il Bobbiese. E' chiaro l'influsso piemontese
in quella che è l'evoluzione viticola del periodo
e che si tramanderà sino al 1859.
E' della fine del '700 il sopralluogo sul territorio del
marchese D'Hautville, Intendente di casa Savoia, che ci
tramanda letteralmente: "Il territorio della provincia
di Voghera è coperto per oltre un terzo da vigneti".
Per giustificare una superficie così vasta è
bene inquadrarla nel dominio austriaco di inizio '700, che
vide impegnato sul piano sociale vinicolo tal Giovan Battista
Tiepolo, soltanto omonimo del più importante pittore,
che si pose a capo di un movimento sociale culturale finalizzato
a favorire l'assurgere del prodotto-alimento vino consumato
da signorotti, clero e borghesia a base importante per tutto
il popolo. Da qui l'aumento vertiginoso dei consumi e, di
conseguenza, della superficie vitata, interessando in particolare
quelle aree facilmente raggiungibili dalla città.
All'epoca era ben presente la viticoltura anche sui terreni
sabbiosi della prima Lomellina.
A seguito del sopralluogo del marchese D'Hautville,
il Regno Sabaudo dà inizio ad un controllo catastale
del territorio ed affida anche all'Università di
Torino la stesura della prima opera ampelografica, ossia
lo studio della vite, l'identificazione delle tipologie
e le loro caratteristiche. La ricerca vede l'inizio nel
1799 ed è coordinata dal conte Nebulone. Da questo
lavoro emerge per esempio che alcuni vitigni quali Dolcetto,
Moradella, Malvasia e Moscato sono già ben presenti
in Oltrepo Pavese, mentre il Barbera è ancora un
illustre sconosciuto (tale vitigno all'epoca non esisteva;
verrà identificato pochi anni dopo nel Monferrato).
Il "triste" '800
L '800 fu un secolo nefando per la viticoltura in generale.
Il secolo in questione andò ad identificarsi con
l'arrivo sul territorio di due crittogame, la peronospora
e l'oidio, nonché di un insetto, la fillossera, che
modificarono totalmente il rapporto uomo-vigneto. La peronospora,
segnalata per la prima volta in Italia proprio in Oltrepò
Pavese a S.Giuletta appena dopo la metà dell' '800,
provocava la malattia con conseguente morte della pianta.
In breve si identificherà nel rame il prodotto in
grado di prevenire tale infestazione. L'oidio, che arrivò
a ruota, definito anche "mal bianco" per la sua
manifestazione, creò problemi analoghi e, per certe
varietà, anche peggiori. A Breve anch'esso trovò
un valido elemento preventivo nello zolfo in polvere. Tali
nuove realtà portarono ovviamente gli addetti ai
lavori ad effettuare parecchi interventi costosi e faticosi,
che andarono a creare inizialmente non pochi problemi in
termini di gestione della viticoltura. Ben più grave
la presenza della fillossera, piccolo insetto arrivato dal
Nord America, come le due crittogame sopra citate, che,
giunto sul territorio europeo, manifestò una caratteristica
strana per la nostra viticoltura. Negli USA tale insetto
deposita le uova all'interno di piccoli rigonfiamenti delle
foglie dette "galle" e le larve che nascono si
nutrono delle foglie medesime. Giunto in Europa, l'insetto
trovò più appetibile la parte radicale della
pianta e lì è andato a deporre le sue uova,
con la logica conseguenza che le larve appena schiuse si
nutrivano dell'apparato radicale, creandone la necrotizzazione
quindi la morte della pianta medesima. Sul territorio dell'
Oltrepò Pavese il problema venne evidenziato all'incirca
negli anni 80 dell' '800, per arrivare alla massima manifestazione
nella prima decade del '900. Tale insetto distrusse di fatto
la viticoltura italiana ed europea, ponendo definitivamente
in crisi il settore già pesantemente indebolito dalla
crisi socio-economica del momento. La condizione di crisi
emersa alla fine dell' '800 favorì il sorgere delle
Cantine Sociali, prima fra tutte quella di Montù
Beccaria, voluta dal dott. Montemartini.
La ripresa del '900
La
ripresa viticola poggiò inizialmente sulle importazioni
di viti ibride americane (ad esempio, il Clintò,
l'uva fragola o "Isabella"). Ben presto, però,
ci si rese conto che il vino ottenuto dall'uva prodotta
da questi vitigni non era adatto al gusto del consumatore
locale. Si approfondì, così, la sperimentazione
di nuove piante ottenute attraverso la tecnica dell'innesto
che vide la gemma della vite europea sovrapposta ad una
base americana. Nacque la nuova viticoltura europea, che
andrà via via a riproporre i vitigni cari ai nostri
avi. Va sottolineato che, purtroppo, degli oltre 240 vitigni
descritti dal Giulietti come presenti nel Casteggiano verso
il 1880, tanti (anche importanti) verranno eliminati o perlomeno
ridimensionati. E' il caso della Moradella, troppo sensibile
allo iodio, e di altri vitigni soprattutto a bacca bianca.
In altri casi, pare che certe varietà, con l'avvento
del portinnesto, abbaino sensibilmente modificato le loro
caratteristiche produttive
Gli ultimi decenni
Il
periodo storico che va a culminare con la Prima Guerra Mondiale
vede la viticoltura passare definitivamente dalla produzione
di nicchia caratterizzata da parecchie tipologie ben definite
e di qualità ad una produzione più massificata
sia per l'Oltrepò sia per le atre zone produttive
d'Italia. Primeggiano vitigni identificabili con produzioni
abbondanti e costanti. Ad esempio, il Barbera, che toglie
spazio alla Croatina, da tutti conosciuta per la sua incostanza
produttiva. Ciò, unito alla scarsa cultura enoica
da parte del consumatore medio, favorì la collocazione
del prodotto locale sui mercati delle grandi città,
dove risulta anche facilmente trasportabile.
Il resto è… storia d'oggi.
Testo liberamente tratto da "Galassia
Vino"
di Mario Maffi, enologo.