Vino
Degustazione d'Oltrepo
fra scienza e sensi


L'Oltrepo in un bicchiere
Con Mario Maffi alla scoperta
dei vini dell'Oltrepo Pavese


Storie di vino e Oltrepo
Dai romani verso il futuro un poercorso
di qualità e consapevolezza
Cos'è il vino?
Tutela del territorio
Aspetto economico
Viti e vitigni

Vino: istruzioni per l'uso
Le facili regole per bere bene
e i segreti per bere meglio

Divertirsi in cantina
Le facili regole per bere bene
e i segreti per bere meglio


Prosit!
Alla vostra salute

Sacro e profano
Il vino come metafora
tra peccato e virtù


Le aziende vitivinicole
Assaggi e scoperte,
il fascino e la cultura del bere...


Il Consorzio Tutela Vini
Il Consorzio Tutela vini O.P.,
nato nel 1961, è l'organismo...


Le DOC
Sono 16 i nomi che significano
eccellenza: sinonimo di una qualità...





Plinio il Vecchio
In base ad alcuni ritrovamenti, tutto lascia pensare che già nel 700 a.C. la vite fosse coltivata sulle colline dell'Oltrepò Pavese. A quei tempi era il popolo etrusco a spingersi sino alla appendici appenniniche. Le prime citazioni certe sono da attribuirsi a Plinio il Vecchio, che potremmo definire il "cronista dell'epoca" e che dedicò molto spazio al "nettare degli Dei". Egli ci tramanda di una viticoltura florida già presente, facendo altresì riferimento alle località di Clastidium (odierna Casteggio), Litubium (Retorbido), per sconfinare sui colli di Derthona (Tortona).

Le grandi botti di Strabone
Successivamente, nel 40 a.C. circa, passò in Oltrepò, al seguito delle truppe romane, uno storico di origine greca di nome Strabone. Che scrisse della zona: "vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi".

I calici dei Longobardi
Bisogna arrivare poi al dominio dei Longobardi per ritrovare le citazioni attendibili legate alla viticoltura locale, mantenute in vita, come in altri luoghi, dal clero rappresentato da sempre da buongustai. Decisamente infelice, di contro, la scelta dei calici da parte di Alboino!

Vino nel Medioevo e in Età Moderna
Nell'Alto e Basso Medioevo le citazioni si sprecano e potremmo scrivere ad oltranza. Riportiamo di seguito solo alcuni esempi da ritenersi significativi:
nel 1192, il conte Anselmo di Rovescala omaggia i suoi nobili amici di vino "rosso, buono e puro"; tra il 1200 e il 1300, in quel di Mondondone (Codevilla) la badessa del convento di san Senatore raccoglie ampia documentazione che evidenzia la distribuzione viticola del territorio collinare vogherese, nonché l'inizio di una viticoltura specializzata che rimane comunque associata alle "alberate" (ossia la vite sostenuta dall'albero piantumato in forma geometrica; le specie utilizzate erano per lo più rappresentate da alberi capitozzabili, da cui il termine generico di "gasà" e il detto popolare "'gnurant 'me 'na gaba", "ignorante come una pianta senza testa")

Ovviamente più numerose e significative le testimonianze dei secoli vicini a noi: nel 1743, con il Trattato di Worms, l'Oltrepò (con Voghera capoluogo di provincia) diventa piemontese e comprende tutto il Siccomario, la prima parte di Lomellina e il Bobbiese. E' chiaro l'influsso piemontese in quella che è l'evoluzione viticola del periodo e che si tramanderà sino al 1859.
E' della fine del '700 il sopralluogo sul territorio del marchese D'Hautville, Intendente di casa Savoia, che ci tramanda letteralmente: "Il territorio della provincia di Voghera è coperto per oltre un terzo da vigneti". Per giustificare una superficie così vasta è bene inquadrarla nel dominio austriaco di inizio '700, che vide impegnato sul piano sociale vinicolo tal Giovan Battista Tiepolo, soltanto omonimo del più importante pittore, che si pose a capo di un movimento sociale culturale finalizzato a favorire l'assurgere del prodotto-alimento vino consumato da signorotti, clero e borghesia a base importante per tutto il popolo. Da qui l'aumento vertiginoso dei consumi e, di conseguenza, della superficie vitata, interessando in particolare quelle aree facilmente raggiungibili dalla città. All'epoca era ben presente la viticoltura anche sui terreni sabbiosi della prima Lomellina.

A seguito del sopralluogo del marchese D'Hautville, il Regno Sabaudo dà inizio ad un controllo catastale del territorio ed affida anche all'Università di Torino la stesura della prima opera ampelografica, ossia lo studio della vite, l'identificazione delle tipologie e le loro caratteristiche. La ricerca vede l'inizio nel 1799 ed è coordinata dal conte Nebulone. Da questo lavoro emerge per esempio che alcuni vitigni quali Dolcetto, Moradella, Malvasia e Moscato sono già ben presenti in Oltrepo Pavese, mentre il Barbera è ancora un illustre sconosciuto (tale vitigno all'epoca non esisteva; verrà identificato pochi anni dopo nel Monferrato).

Il "triste" '800
L '800 fu un secolo nefando per la viticoltura in generale. Il secolo in questione andò ad identificarsi con l'arrivo sul territorio di due crittogame, la peronospora e l'oidio, nonché di un insetto, la fillossera, che modificarono totalmente il rapporto uomo-vigneto. La peronospora, segnalata per la prima volta in Italia proprio in Oltrepò Pavese a S.Giuletta appena dopo la metà dell' '800, provocava la malattia con conseguente morte della pianta. In breve si identificherà nel rame il prodotto in grado di prevenire tale infestazione. L'oidio, che arrivò a ruota, definito anche "mal bianco" per la sua manifestazione, creò problemi analoghi e, per certe varietà, anche peggiori. A Breve anch'esso trovò un valido elemento preventivo nello zolfo in polvere. Tali nuove realtà portarono ovviamente gli addetti ai lavori ad effettuare parecchi interventi costosi e faticosi, che andarono a creare inizialmente non pochi problemi in termini di gestione della viticoltura. Ben più grave la presenza della fillossera, piccolo insetto arrivato dal Nord America, come le due crittogame sopra citate, che, giunto sul territorio europeo, manifestò una caratteristica strana per la nostra viticoltura. Negli USA tale insetto deposita le uova all'interno di piccoli rigonfiamenti delle foglie dette "galle" e le larve che nascono si nutrono delle foglie medesime. Giunto in Europa, l'insetto trovò più appetibile la parte radicale della pianta e lì è andato a deporre le sue uova, con la logica conseguenza che le larve appena schiuse si nutrivano dell'apparato radicale, creandone la necrotizzazione quindi la morte della pianta medesima. Sul territorio dell' Oltrepò Pavese il problema venne evidenziato all'incirca negli anni 80 dell' '800, per arrivare alla massima manifestazione nella prima decade del '900. Tale insetto distrusse di fatto la viticoltura italiana ed europea, ponendo definitivamente in crisi il settore già pesantemente indebolito dalla crisi socio-economica del momento. La condizione di crisi emersa alla fine dell' '800 favorì il sorgere delle Cantine Sociali, prima fra tutte quella di Montù Beccaria, voluta dal dott. Montemartini.

La ripresa del '900

La ripresa viticola poggiò inizialmente sulle importazioni di viti ibride americane (ad esempio, il Clintò, l'uva fragola o "Isabella"). Ben presto, però, ci si rese conto che il vino ottenuto dall'uva prodotta da questi vitigni non era adatto al gusto del consumatore locale. Si approfondì, così, la sperimentazione di nuove piante ottenute attraverso la tecnica dell'innesto che vide la gemma della vite europea sovrapposta ad una base americana. Nacque la nuova viticoltura europea, che andrà via via a riproporre i vitigni cari ai nostri avi. Va sottolineato che, purtroppo, degli oltre 240 vitigni descritti dal Giulietti come presenti nel Casteggiano verso il 1880, tanti (anche importanti) verranno eliminati o perlomeno ridimensionati. E' il caso della Moradella, troppo sensibile allo iodio, e di altri vitigni soprattutto a bacca bianca. In altri casi, pare che certe varietà, con l'avvento del portinnesto, abbaino sensibilmente modificato le loro caratteristiche produttive

Gli ultimi decenni

Il periodo storico che va a culminare con la Prima Guerra Mondiale vede la viticoltura passare definitivamente dalla produzione di nicchia caratterizzata da parecchie tipologie ben definite e di qualità ad una produzione più massificata sia per l'Oltrepò sia per le atre zone produttive d'Italia. Primeggiano vitigni identificabili con produzioni abbondanti e costanti. Ad esempio, il Barbera, che toglie spazio alla Croatina, da tutti conosciuta per la sua incostanza produttiva. Ciò, unito alla scarsa cultura enoica da parte del consumatore medio, favorì la collocazione del prodotto locale sui mercati delle grandi città, dove risulta anche facilmente trasportabile.

Il resto è… storia d'oggi.


Testo liberamente tratto da "Galassia Vino"
di Mario Maffi, enologo.

 
   
         
       
    © 1998-2004. AB&A studios.
Tutti i diritti sono riservati.